Un altro modo di pensare la cucina cinese

Le Nove Scodelle,  Viale Monza, 4,  Milano

Storia

Quando Agie (Hujian) Zhou – classe 1986, laureato alla Bocconi e già ideatore della Ravioleria Sarpi – decise di aprire Le Nove Scodelle nel febbraio 2018, desiderava «una piccola trattoria di quartiere che potesse far dialogare Milano con i sapori della sua infanzia nel Sichuan» la Repubblica. Prima di scegliere il civico 4 di viale Monza, Zhou e lo chef‐socio Liu Hongwei hanno attraversato mercati e villaggi dell’entroterra cinese per raccogliere ricette casalinghe, tecniche di fermentazione e modi di usare il peperoncino che fossero replicabili – con materie prime nostrane – in Italia. Il nome rimanda ai banchetti imperiali da nove portate: numero storicamente riservato all’imperatore e simbolo di completezza, abbondanza e condivisione.

Dall’inaugurazione il locale è rimasto fedele a un manifesto in tre punti: menù cortissimo, ingredienti tracciabili (l’80 % acquistati da fornitori lombardi) e prezzi popolari. Questa semplicità lo ha fatto entrare, già nel 2020, fra i Bib Gourmand della Guida MICHELIN – menzione oggi riconfermata per l’ottimo rapporto qualità/prezzo

 

Visione e segni distintivi

La filosofia di Zhou si riassume nell’espressione «Sichuan col passaporto italiano»: cucinare piatti autentici usando carne Sirtori, uova bio lombarde e verdure di Cascine Orsine, riducendo al minimo l’importazione di derrate. Il menù presenta sempre nove scodelle – niente di più, niente di meno – ognuna segnalata con una, due o tre fiamme per indicare la potenza del málà (il tipico mix peperoncino-pepe di Sichuan). Rotazioni stagionali, fermentazioni in casa e scarti quasi zero completano un approccio “circolare”, in cui le verdure invendute diventano kimchi lombardo e le ossa di pollo brodo per i noodle del giorno successivo.

Altro tratto distintivo è il servizio simultaneo: i piatti – grandi ciotole da condividere – arrivano tutti insieme, come nelle tavolate familiari cinesi. La scelta, spiega Zhou, «sposta l’attenzione dal percorso personale al piacere collettivo», facilitando la conversazione e diminuendo i tempi di sosta ai tavoli, quindi gli sprechi energetici.

La Cucina

Il cuore della carta è il celebre Manzo in zuppa piccante, cotto in brodo di chili, fagioli fermentati e oltre venti spezie; un piatto talmente iconico da finire in TV nella rubrica “Capolavori del mondo in cucina” di Striscia la Notizia. Seguono il Pollo Kung Bao croccante e caramellato alle arachidi, le Melanzane yu xiang dolce-piccanti e, per i palati meno temerari, il Tofu setoso con pepe verde di Sichuan.

Il menù primavera 2025 racconta con otto scodelle l’anima piccante e conviviale del Sichuan: si parte dal classico Pollo Kongbao, bocconcini glassati in salsa agrodolce con anacardi, per proseguire con il Cavolo cappuccio wok-tossed che abbina croccantezza vegetale e pancetta affumicata; per gli amanti delle lunghe cotture ci sono le Puntine di maiale al riso – morbide, speziate, servite ancora nel cestello di bambù – e il comfort delicato del Tofu casereccio stufato in brodo di pepe di Sichuan. Sul fronte più audace spiccano i Fagiolini “gān biān” con ragù di maiale e verdure fermentate, i curiosi Panini Wowo ripieni di pickles e carne sapida, fino alla rovente Dadolata di coniglio málà, tre fiamme di spezie e pepe che accendono il palato. Piatto bandiera resta il monumentale Manzo in zuppa piccante: fettine sottili immerse in un brodo cremisi di chili, zenzero ed erba cipollina, disponibile in due taglie da condividere.

 Tutte le scodelle arrivano insieme al tavolo, accompagnate da riso bianco, ravioli tirati a mano o verdure fermentate, così che la tavolata possa pescare, assaggiare e confrontare livelli di piccantezza in pieno spirito familiare sichuanese.

Il Locale

Una sola sala luminosa affacciata su viale Monza (più una saletta privata sul retro) ospita circa 42 coperti, con tavoli ricavati da vecchie assi di ponteggio in abete – graffiati, disomogenei, volutamente non rifiniti – e sedie spaiate trovate nei mercatini, a evocare l’imperfezione viva delle mense popolari. Le mensole esibiscono barattoli di verdure in fermentazione e pile di ciotole smaltate bianche: niente elementi meramente decorativi. Il banco cucina resta a vista dietro un vetro basso; le luci, calde e radenti, provengono da paralumi in lamiera traforata con nove fori a formare il logo.

Zhou ama dire che «non cerchiamo la bellezza da Instagram ma la verità dei materiali»: superfici ruvide, colori neutri, pochi cartelli (solo la scala del fuoco alle pareti). Il risultato è un’atmosfera raccolta, quasi domestica, che spinge gli ospiti a concentrarsi sul cibo e sulla compagnia più che sullo scatto social.

Curiosità

  • Bib Gourmand stabile dal 2020: la guida MICHELIN lo cita tra i migliori indirizzi etnici d’Italia in fascia “€”

  • Scala del fuoco: da 1 (leggero) a 3 (rovente) fiamme, utile anche per abbinare birre artigianali e vini naturali della mini-cantina

  • Filiera cortissima: ravioli, noodles e tofu provengono ogni mattina dalla vicina Ravioleria Sarpi – stessa proprietà – riducendo trasporti e tempi di stagionatura

  • Tavoli “di cantiere”: le assi di ponteggio vengono levigate ma non verniciate; le venature restano visibili e si scuriranno col tempo, raccontando la storia di ogni servizio

  • Solo nove piatti: se siete almeno in due potete chiedere le mezze porzioni (“sei scodelle”), idea nata per far assaggiare quasi tutto il menù senza sprechi


Consiglio di stile
Con questa intelaiatura puoi modulare lunghezza e taglio (più giornalistico o narrativo) secondo la testata a cui vuoi proporre l’articolo; se servono quote dirette dallo chef o dati di fatturato, fammi sapere e li cerchiamo insieme

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